Sa vida pro cale pàtria? Omaggio ai caduti bauladesi

01/11/2018

Sa vida pro cale pàtria? Omaggio ai caduti bauladesi
Il Consiglio Comunale nella seduta del 31 ottobre ha approvato all’unanimità un ordine del giorno con il quale si impegna a discutere pubblicamente sul significato e sulle conseguenze che gli eventi luttuosi della prima guerra mondiale ebbero per la cultura, la politica e la società dei sardi. 

Una prima occasione di dibattito sarà costituita dalla presentazione del libro “Carlo Felice i tiranni sabaudi”, a cura di Francesco Casula e Giuseppe Melis, in programma sabato 3 novembre alle ore 18 presso la biblioteca comunale. Nella stessa giornata, alle ore 10, si terrà la deposizione della corona di alloro al monumento dei caduti. 




Tra il 1915 e il 1918, su circa 870.000 abitanti, 100.000 sardi furono richiamati sotto le armi. Ben un ottavo della popolazione, un uomo su quattro, partì per la guerra. Di questi, tredici su cento, precisamente 13.602, figurano nell’albo dei caduti o dispersi nel conflitto. La Sardegna, nella prima guerra mondiale, ha pagato il tributo di sangue più alto tra tutti i contingenti regionali.

La maggior parte dei sardi combatté nella Brigata Sassari, costituita da soldati provenienti esclusivamente dall’Isola. Sa vida pro sa Patria, recita il motto sul gonfalone dello stesso Reggimento. Per quale patria, verrebbe da chiedersi. Come ha scritto il poeta orgolese Peppino Marotto in Sa commemorazione de Lussu (1980), i sardi furono petta de cannone de sos guvernos de su continente per delle esigenze e un sacrificio non propri; come inoltre riporta Brigaglia «[…] il mulattiere che saliva l’erta verso la trincea cantava: pro difender sa patria italiana, distrutta s’est sa Sardigna intrea».

L’assenza prolungata e ancor più il mancato ritorno di un soldato corrispondevano alla miseria di un’intera famiglia. Privata di gran parte della manodopera maschile, la campagna vide un importante e inevitabile calo della produzione. Quanto ai servizi, la Sardegna fu dimenticata per tutto il periodo del conflitto: poiché la lotta contro la malaria fu del tutto abbandonata, i decessi per tale causa nell’isola aumentarono di anno in anno. Anche i morti di tubercolosi crebbero durante gli anni di guerra, mentre la diffusione dell’influenza spagnola causò in Sardegna oltre 12.000 vittime [1].

La decimazione dei sardi, che improvvisamente si ritrovarono a combattere una guerra colma di connotazioni nazionalistiche nelle quali non si riconoscevano, fu un sacrificio che ancora oggi chiede delle risposte. Sul sangue di un’intera generazione sono state costruite le speranze di riscatto della nostra terra. Con l’esperienza bellica della Brigata Sassari, i sardi ebbero modo di sviluppare un’esperienza e una coscienza comune di sé stessi in quanto sardi: qualcosa nell’animo di quei giovani pastori, contadini, figli della piccola borghesia di paese, quando si ritrovavano in trincea, a parlarsi in sardo, a constatare la propria diversità rispetto al resto della truppa, maturò fino a portare alla nascita dei primi movimenti politici. Così, mentre i bollettini di guerra e la propaganda governativa esaltavano le virtù dei sardi eroici combattenti e insignivano i due reggimenti isolani di medaglie d’oro e menzioni speciali, quelli cominciavano a pensare se stessi diversamente e proiettavano la propria immaginazione in un dopo, in un futuro postbellico, che sarebbe dovuto essere diverso e migliore per sé e per la propria gente [2]. Non per una Sardegna piegata e subalterna, ma per una Sardegna più libera e più forte.

[1] F. M. FELTRI, La Sardegna nella Grande Guerra. Percorsi di storia locale, Sei Editrice, Torino, 2012.
[2] O. ONNIS, Sacrificio sbagliato, http://goo.gl/RFe3Pa


CREDITI
- Ricerche storiche sui luoghi di morte e sepoltura dei caduti: Tino Melis;
- ricostruzioni genealogiche sulle famiglie dei caduti: Fiorenzo Dessì;
- introduzione e redazione testi: Davide Corriga;
- grafica, ricerche iconografiche e mappe geografiche: Franciscu Pala